La soluzione? In galera gli scienziati del doping ( di Steve Smith)
Adesso che il cerchio fortunatamente si stringe, appare a tutti più chiara la realtà del ciclismo.
Quella realtà della quale io personalmente segnalo i contorni con una sicurezza dovuta alla conoscenza storica del problema, ancor prima che scoppiasse a ridosso del Tour de France il famoso caso Festina, la bellezza di tre anni fa. Avvertivo gli osservatori in arrivo che sarebbe stato un errore mettere i corridori al centro del dramma e sparare nel mucchio. Avvertivo soprattutto i dirigenti, nazionali e internazionali, ponendoli nei limiti del possibile di fronte a una situazione che loro stessi, per primi, avevano creato emanando leggi ipocrite destinate soltanto a coprire la pentola per dare un’ idea di lotta (demagogica) al doping e per conservare il più a lungo possibile le loro poltrone. Garantiti da una situazione della quale i corridori, ancorché colpevoli, erano vittime, nel mondo del ciclismo non solo italiano, hanno iniziato il loro ballo d’affari gli scienziati del doping, cioè tutti gli stregoni possibili travestiti da preparatori, potenziatori, suggeritori, assistenti magici della salute dei corridori e garanti della loro incolumità. “Puoi prenderlo tranquillamente, si da anche agli ammalati in ospedale”. “Non è previsto dai controlli, dunque non è doping”. Oppure, peggio ancora: “Tutto quello che non è rilevato dai controlli, non è doping”.
Gli scienziati del doping l’hanno fatta da padrone. Hanno invaso l’ambiente. Hanno dettato impunemente le loro leggi. Hanno stritolato i corridori lucrando sui loro guadagni. Hanno preteso d’essere pagati all’estero (pare lo facciano ancora) ed hanno addirittura imposto agli atleti il silenzio. “Se dici che io sono il tuo preparatore, l’accordo cade immediatamente. Io ti abbandono e preparo un altro. Un tuo rivale”.
Presi in questa morsa, tutti (o quasi tutti) i corridori hanno imboccato la via del doping: una piaga che è degenerata negli ultimi dieci anni. E’ degenerata quando sono entrati nel mondo d’uno sport povero e sostanzialmente semplice, i manipolatori del sangue. Quelli che hanno portato tra gli atleti concetti sconosciuti, competenze scientifiche lontane miglia (c’è bisogni di dirlo?) dalla conoscenza, dalla cultura, dalla preparazione dei corridori. Non solo dei corridori: anche dei loro tecnici e degli stessi giornalisti. Hanno portato nel mondo del ciclismo e dello sport la scienza del doping. Qualcosa di tremendo. Sono diventati gli autentici padroni della carovana in quanto hanno trovato nel mondo del ciclismo, come sopra dicevo, un ambiente disponibile, ingenuo, pronto a farsi da parte nella convinzione di dover far posto a chi si proponeva con discorsi difficili e conoscenze scientifiche di alto profilo. Così gli scienziati del doping sono diventati anche preparatori atletici dei corridori. Ed hanno trovato campo facile con innovazioni che ai corridori davano la sensazione naturale di faticare di meno e di rendere di più. Hanno fatto leva soprattutto sulla possibilità riconosciuta dai corridori di “recuperare” più in fretta. Sono immediatamente saltati i principi storici sui quali si fonda il ciclismo: la fatica, l’allenamento, il riposo. Il problema del ciclismo, male interpretato da molti, non è legato ai chilometraggi eccessivi. I chilometraggi non sono affatto eccessivi. E’ legato invece al fatto che i corridori, grazie alle “metodologie” degli scienziati di meno nella preparazione, a riposare di meno, a condurre una vita meno “da atleti”. Il problema vero è questo.Dario Frigo al giro 2001
Ora si tratta di liberare gli atleti, che sono il patrimonio vero dello sport, da questa rete. Da questa piovra. Può anche darsi che i rifornimenti ormai appartengano anche a gestioni di mala. I soldi girano: tutto lo sport, a cominciare da ciclismo e calcio, è un campo ghiotto per gli spacciatori. E così siamo arrivati al dunque. Alla necessità che gli atleti parlino, confessino, raccontino. Basta questo per rompere la rete e salvare lo sport. Io sono orgoglioso di aver scritto da tre anni a questa parte (l’ho fatto sino a sfiorare l’esasperazione) che era ed è necessario mandare in galera ladri e mascalzoni presenti nel mondo degli atleti. Avrei volentieri perdonato

Frigo (la prima volta) se la mattina della penultima tappa del Giro avesse spontaneamente sottoscritto una confessione piena facendo nomi e cognomi dei suoi fornitori. Lo avrei fatto partire. La seconda no. La seconda volta lo radierei.